Si prepara il curriculum, si studia l'azienda, si ripassano le risposte alle domande più prevedibili. Poi, la sera prima, si apre l'armadio e si sceglie in fretta. È uno schema comune, e a volte costa caro. Chi siede dall'altra parte del tavolo, in un colloquio come in una negoziazione, si fa un'idea della persona prima ancora che questa inizi a parlare, e l'abbigliamento è una delle poche cose che il candidato o il venditore può davvero controllare in anticipo.
In questo articolo guardiamo a come funziona la prima impressione, a cosa significano in pratica le diverse etichette di dress code e agli errori che si ripetono più spesso. Chiudiamo con il lavoro del consulente d'abbigliamento, una figura a cui alcuni professionisti pensano quando cambiano ruolo.
Quanto conta il primo sguardo
Uno degli studi più citati sul tema è quello di Janine Willis e Alexander Todorov, psicologi dell'Università di Princeton, pubblicato su Psychological Science nel Luglio 2006 (volume 17, numero 7). I ricercatori hanno mostrato fotografie di volti sconosciuti per 100 millisecondi, 500 millisecondi o un secondo, chiedendo ai partecipanti di giudicare tratti come affidabilità, simpatia, competenza, attrattiva e aggressività. I giudizi dati dopo un decimo di secondo erano fortemente correlati con quelli espressi senza alcun limite di tempo. Con più tempo a disposizione le persone non cambiavano molto idea: diventavano soprattutto più sicure del proprio giudizio, come riporta la nota dell'Università di Princeton sullo studio.
Va detto con chiarezza: la ricerca riguarda i volti, non i vestiti. Quello che suggerisce, però, è utile anche a chi si prepara a un incontro di lavoro. Le impressioni si formano in fretta e chi le ha formate tende poi a confermarle, più che a rivederle. Un abito fuori luogo non decide l'esito di un colloquio. Può però costringere il candidato a passare i primi minuti a correggere un'idea sbagliata invece di parlare delle proprie competenze.
Coerenza fra ruolo e immagine
Il criterio più affidabile non è l'eleganza in astratto. È la coerenza. Chi si candida come responsabile commerciale in una società di consulenza e chi cerca un posto da designer in uno studio creativo devono comunicare cose diverse, e un completo blu identico per entrambi rischia di funzionare per uno solo dei due.
Una regola pratica è vestirsi un gradino sopra rispetto a come si veste di solito chi ricopre quel ruolo in quell'azienda. Per capirlo basta poco: le foto del team sul sito aziendale, i profili professionali dei dipendenti, i video degli eventi pubblici. Se tutti indossano maglioni e jeans, presentarsi in giacca senza cravatta è un segnale di rispetto per l'occasione. Arrivare in abito scuro con gemelli ai polsi può invece far pensare a una persona che non ha capito l'ambiente in cui vuole entrare.
Nelle trattative il discorso si sposta. Qui l'abbigliamento deve sostenere l'autorevolezza della posizione che si rappresenta, ma senza creare distanza con l'interlocutore. Chi va a negoziare in un'azienda manifatturiera, magari con un sopralluogo nel reparto produttivo, farà bene a scegliere scarpe comode e capi che non temono un po' di polvere. Un tailleur chiaro e delicato, lì, diventa un problema pratico prima ancora che d'immagine.
Formale, business casual, casual: cosa vogliono dire davvero
Le etichette di dress code sembrano chiare finché non ci si trova davanti all'armadio. Ecco come vengono intese di solito negli ambienti di lavoro italiani.
Formale
È il codice di banche, studi legali, grandi società di revisione, incontri istituzionali. Per gli uomini significa abito completo in tinta scura, camicia chiara, cravatta sobria, scarpe stringate in pelle. Per le donne tailleur con pantalone o gonna, oppure un abito dal taglio pulito con giacca, e scarpe chiuse. I colori di riferimento sono blu, grigio, antracite. Gli accessori restano pochi e discreti.
Business casual
È l'etichetta più diffusa e anche la più ambigua. In genere toglie la cravatta e permette di spezzare il completo: giacca con pantalone di un altro colore, camicia o maglia fine, mocassini o stringate meno rigide. Per le donne può voler dire pantaloni dritti con una blusa e un cardigan strutturato, o un abito semplice senza giacca. Le sneakers sono accettate in alcune aziende e mal viste in altre. Nel dubbio, in un colloquio, meglio tenerle per il secondo incontro.
Casual
Startup, agenzie digitali, molte realtà creative. Il rischio, qui, è confondere casual con trasandato. Jeans scuri senza strappi, una camicia o una polo ben stirata, una giacca destrutturata da togliere se l'ambiente lo suggerisce. La cura dei dettagli conta ancora di più, perché in un abbigliamento semplice si notano subito.
Gli errori che si vedono più spesso
Il primo è il capo nuovo indossato per la prima volta il giorno del colloquio. Pantaloni che tirano quando ci si siede, scarpe che fanno male dopo dieci minuti, una camicia che si apre tra un bottone e l'altro: sono fastidi piccoli che si trasformano in gesti nervosi e distraggono, chi parla e chi ascolta.
Il secondo riguarda le taglie. Una giacca troppo larga sulle spalle o maniche che coprono metà mano danno un'impressione di trascuratezza anche se il capo è costoso. Un buon sarto, per un orlo o una ripresa ai fianchi, vale spesso più dell'acquisto di un capo nuovo.
Poi c'è la scelta di colori che spengono il viso. Sotto le luci al neon di molte sale riunioni, certe tinte fanno sembrare stanchi o pallidi. È un aspetto sottovalutato.
Infine, gli eccessi: profumo intenso in stanze piccole, gioielli rumorosi che tintinnano sul tavolo a ogni gesto, loghi molto vistosi. Nessuno di questi dettagli è grave da solo. Insieme spostano l'attenzione dalla persona agli oggetti. E nei colloqui in videochiamata vale la stessa logica, con una variante: si vede soprattutto la parte alta del corpo, quindi scollo, colore della camicia e stato dei capelli contano più del resto, così come lo sfondo alle spalle.
Cosa fa un consulente d'abbigliamento
Quando il cambio di ruolo è importante, una promozione, il passaggio a un altro settore o l'avvio di un'attività in proprio, alcuni professionisti decidono di lavorare sulla propria immagine con un consulente. Per capire in cosa consiste questo lavoro abbiamo preso come riferimento la pagina dedicata al consulente d'abbigliamento curata da Lucrezia Canossa di ArtiziaStyle, consulente d'immagine e benessere e membro dell'Association of Image Consultants International.
Il punto di partenza descritto nella pagina è la coerenza tra identità, ruolo e immagine. Le tendenze del momento restano sullo sfondo: l'obiettivo dichiarato è costruire un'immagine autentica e coerente con la persona.
Forme e proporzioni
Una parte del lavoro riguarda il corpo. Il consulente analizza la body shape, le proporzioni e le caratteristiche personali, e su questa base indica tagli, volumi e tessuti che mettono in risalto i punti di forza. Per una giacca da colloquio questo può tradursi nella lunghezza giusta, nella spalla più o meno strutturata, nel punto in cui segnare il punto vita.
Colori
Lo strumento principale sul fronte cromatico è l'armocromia, che individua una palette sulla base di incarnato, occhi e capelli. La pagina la presenta come un punto di partenza e non come l'intero lavoro. Tradotto nel contesto professionale, significa sapere quale blu, quale grigio o quale bianco fanno sembrare il viso più luminoso, invece di spegnerlo.
Un guardaroba che funziona
Il percorso descritto mira anche a ridurre gli acquisti d'impulso e a creare capi che si abbinano tra loro. I vantaggi indicati sono meno sprechi, più versatilità e più sicurezza nelle scelte quotidiane. Per chi ha una settimana fitta di riunioni è un vantaggio concreto: meno tempo davanti all'armadio la mattina.
Nessuno stile imposto
C'è un passaggio della pagina che risponde a una paura comune, quella di essere trasformati in qualcun altro: Nessun professionista valido ti dirà di vestirti in un modo che non ti appartiene.
Il lavoro parte dalle abitudini e dal contesto della persona, e il dress code viene descritto con un'immagine precisa: Il dress code non è una gabbia, ma una bussola.
Prepararsi qualche giorno prima
Al di là della consulenza, alcune abitudini aiutano chiunque. Scegliere l'abito almeno due giorni prima, indossarlo per un'ora in casa, sedersi, camminare, alzare le braccia come quando si stringe una mano o si indica una slide. Controllare bottoni, orli, eventuali macchie con la luce del giorno. Preparare una seconda opzione nel caso piova o la temperatura cambi. E tenere in borsa un piccolo kit: un ago con filo, un fazzoletto, una spazzola per abiti.
Per un secondo colloquio, o per il proseguimento di una trattativa, si può osservare come era vestito l'interlocutore al primo incontro e regolare il livello di formalità di conseguenza. È anche un modo semplice per mostrare attenzione. Chi ha ricevuto indicazioni esplicite dall'azienda, per esempio una mail del selezionatore che specifica "abbigliamento informale", fa bene a seguirle alla lettera: in quel caso il rischio maggiore è presentarsi troppo formali e sembrare a disagio.







